Thérèse philosophe: il romanzo che univa sesso e filosofia
Nel 1748 circolò in Francia un libro che faceva una cosa allora impensabile: metteva insieme le scene più esplicite immaginabili e la filosofia più alta del suo secolo. I personaggi discutevano di ateismo, libero arbitrio e natura del piacere mentre, nella pagina accanto, si abbandonavano a ogni sorta di dissolutezza. Il titolo era Thérèse philosophe, e fu uno dei libri più venduti e più proibiti del Settecento.
In Italia è quasi sconosciuto, il che è un peccato: perché non è affatto pornografia gratuita, ma una delle operazioni intellettuali più audaci dell’Illuminismo. Un romanzo che usa il sesso come arma filosofica.
Un romanzo filosofico travestito da libro osceno
Per capire Thérèse philosophe bisogna afferrare il suo paradosso di fondo. È un romanzo libertino, cioè uno di quei testi settecenteschi in cui l’esplicito sessuale era la norma. Ma appartiene anche a un genere nobile, il roman philosophique: quei romanzi in cui personaggi immaginari discutono grandi questioni etiche e metafisiche, come facevano Voltaire, Diderot e Rousseau.
La genialità del libro sta proprio nel fondere i due registri. Tra un episodio erotico e l’altro, i protagonisti ragionano di ateismo, determinismo e libero arbitrio. Il piacere del corpo diventa il pretesto e insieme la dimostrazione di una tesi materialista: se siamo fatti di natura e istinti, perché la religione dovrebbe reprimerli? La ricerca del piacere, sostiene il libro, è conforme alla natura, e ciò che è naturale non può essere peccato.
Era una posizione radicale e pericolosa nella Francia cattolica di Luigi XV, e spiega perché il libro fu perseguitato ma anche letteralmente divorato: dietro l’eccitazione, offriva un pensiero sovversivo che molti condividevano in segreto.
Lo scandalo vero da cui nacque
C’è un dettaglio che rende Thérèse philosophe ancora più affilato: non inventava tutto. Prendeva le mosse da un fatto di cronaca reale che aveva scandalizzato la Francia pochi anni prima.
Nel 1731 si era celebrato un processo clamoroso: quello del gesuita padre Jean-Baptiste Girard, accusato di aver sedotto e abusato di una giovane devota, Marie-Catherine Cadière, sfruttando la propria autorità spirituale come direttore di coscienza. Il caso divise la Francia, alimentò polemiche per anni e finì con l’assoluzione del gesuita per un solo voto di scarto. Il romanzo apre proprio con una versione romanzata di quello scandalo, mascherando i nomi dietro anagrammi trasparenti: il “padre Dirrag” è Girard, “mademoiselle Éradice” è Cadière.
Partendo da lì, il libro trasforma la cronaca in atto d’accusa: l’ipocrisia del clero, l’abuso del potere religioso, la manipolazione della fede per fini sessuali. Il sesso esplicito, qui, ha anche una funzione di denuncia.
Thérèse, un personaggio femminile sorprendente
La cosa più moderna del romanzo, però, è la sua protagonista. Thérèse non è un oggetto passivo del desiderio maschile, come tante eroine della letteratura erotica dell’epoca. È una donna che ragiona sul proprio piacere e ne rivendica il diritto.
Il romanzo racconta la sua educazione, non solo sessuale ma intellettuale: Thérèse osserva, sperimenta, discute, e arriva a una posizione consapevole sul proprio corpo e sulla propria libertà. In un secolo che negava alle donne quasi ogni autonomia, il libro mette al centro una figura femminile che rivendica il piacere come diritto e come conoscenza. Contiene, in nuce, una critica all’oppressione sessuale delle donne che suona straordinariamente anticipatrice.
È un aspetto che avvicina Thérèse philosophe a certa letteratura erotica femminile molto più tarda, e che lo distingue dalla produzione libertina puramente maschile e predatoria del suo tempo.
Il mistero dell’autore
Chi scrisse Thérèse philosophe? Non lo sappiamo con certezza, ed è uno dei piccoli gialli della storia letteraria.
L’attribuzione più solida e diffusa è a Jean-Baptiste de Boyer, marchese d’Argens, filosofo e scrittore libertino che fu chiamato da Federico il Grande alla corte di Prussia, dove diresse la sezione di belle lettere dell’Accademia. Ma non è l’unica ipotesi: alcuni hanno avanzato il nome di Diderot, altri di Fougeret de Monbron, e il libro è probabilmente il frutto di più mani. Perfino Sade, decenni dopo, lo citò con ammirazione nella sua Histoire de Juliette, riconoscendolo come un modello.
L’anonimato, del resto, era una necessità: firmare un libro simile significava rischiare il carcere. È lo stesso motivo per cui tanta letteratura erotica del Settecento circolò clandestina, esattamente come accadde a Restif de la Bretonne e ad altri cronisti del desiderio dell’epoca. Lo stesso destino di anonimato, con un’attribuzione dibattuta emersa solo un secolo dopo, toccò a Suor Monika. Insieme a Thérèse, l’altro testo che fondò il romanzo libertino francese fu Dom Bougre, uscito nel 1741.
Più sovversivo di Sade
Viene naturale confrontarlo con l’altro grande nome dell’eros filosofico settecentesco, il Marchese de Sade. Ma la differenza è profonda, e per certi versi rende Thérèse più insidioso.
Sade portava l’eros verso la crudeltà, la violenza, la distruzione di ogni limite: la sua era una filosofia del male e dell’eccesso. Thérèse philosophe, al contrario, propone un edonismo sereno e razionale: il piacere non come trasgressione violenta ma come diritto naturale, gioioso, conciliabile con la ragione e persino con una certa idea di felicità. Non c’è sangue, c’è argomentazione. Lo stesso spirito gioioso e vitale anima le opere di Andréa de Nerciat, l’altro grande libertino “solare” del secolo.
In un certo senso è proprio questo a renderlo pericoloso agli occhi del potere: Sade descriveva mostri, facili da condannare come aberrazioni. Thérèse invece proponeva a ogni lettore comune un’idea semplice e contagiosa, che il piacere è naturale e la repressione è innaturale. Ed è molto più difficile combattere un’idea ragionevole che un incubo.
Perché leggerlo (o almeno conoscerlo) oggi
Thérèse philosophe è oggi di pubblico dominio e reperibile in varie edizioni, anche se le traduzioni italiane restano rare. Non è una lettura semplice: il linguaggio è settecentesco e le lunghe digressioni filosofiche possono spiazzare chi si aspetta solo un testo erotico.
Ma vale la pena conoscerlo, perché è un tassello fondamentale nella storia di come l’Occidente ha pensato il sesso. Dimostra che, molto prima delle rivoluzioni sessuali del Novecento, ci fu chi usò l’erotismo non per scandalizzare fine a sé stesso, ma per combattere una battaglia di idee: contro l’ipocrisia religiosa, per la libertà del corpo, per il diritto delle donne a pensare il proprio piacere. È letteratura erotica nel senso più alto, quella che fa dell’eros uno strumento di pensiero, come raccontiamo anche nella nostra guida ai migliori romanzi erotici della letteratura.
Domande frequenti
Chi ha scritto Thérèse philosophe?
L’attribuzione è incerta. Il nome più accreditato è quello di Jean-Baptiste de Boyer, marchese d’Argens, filosofo libertino alla corte di Federico il Grande. Sono stati fatti anche i nomi di Diderot e Fougeret de Monbron, e il libro potrebbe essere opera di più autori. Fu pubblicato anonimo nel 1748.
Di cosa parla Thérèse philosophe?
Racconta l’educazione libertina e filosofica della protagonista, Thérèse, alternando scene erotiche esplicite a discussioni su ateismo, libero arbitrio e diritto al piacere. Prende spunto da un reale scandalo del 1731, il processo al gesuita Girard, per criticare l’ipocrisia e l’abuso del potere religioso.
Perché è considerato importante?
Perché è uno dei primi romanzi a fondere pornografia e filosofia illuminista, usando l’eros come strumento di critica sociale e religiosa. Contiene inoltre una difesa del piacere femminile sorprendentemente moderna, che lo distingue dalla letteratura libertina puramente maschile del suo tempo.
Che differenza c’è con le opere di Sade?
Sade lega l’eros alla crudeltà e alla trasgressione violenta, proponendo una filosofia dell’eccesso. Thérèse philosophe propone invece un edonismo sereno e razionale: il piacere come diritto naturale e gioioso, conciliabile con la ragione. È una visione meno estrema ma, in un certo senso, più sovversiva.
Marta Veneziani scrive di cultura erotica per La Stanza Rossa. Si occupa di come l’arte, la letteratura e la storia hanno raccontato il desiderio, e di quanto spesso lo abbiano frainteso.
