Lupanari nell’antica Roma: storia, Pompei e falsi miti
A pochi passi dal foro di Pompei, in un vicolo stretto vicino alle terme, si trova l’edificio più visitato dell’intera città sepolta. Non è un tempio né una villa patrizia: è il Lupanare, l’unico bordello dell’antichità romana giunto fino a noi quasi intatto. Ogni giorno migliaia di turisti si mettono in fila per entrare in quelle dieci piccole stanze con i letti di pietra. E quasi nessuno sa che quel luogo racconta, meglio di molti monumenti, un modo di intendere il sesso radicalmente diverso dal nostro.
Perché i lupanari non erano angoli nascosti e vergognosi. Erano parte riconosciuta della città, della sua economia e persino della sua religione. Capire cos’erano significa capire un’epoca in cui il piacere non era ancora diventato colpa.
Cos’era un lupanare
Il lupanare era il bordello dell’antica Roma: un edificio, o più spesso una semplice stanza sul retro di una locanda, destinato alla prostituzione. Il nome viene dal latino lupa, “lupa”, che era anche uno dei termini con cui si indicavano le prostitute di bassa condizione. Da lupa deriva lupanar, letteralmente “il luogo delle lupe”.
Perché proprio “lupe”? Le ipotesi sono due, e probabilmente convivono. Da un lato il richiamo al verso con cui le prostitute adescavano i passanti per strada; dall’altro, una radice più antica e sacra, legata al culto di una Dea Lupa, di cui parleremo. In ogni caso il termine è sopravvissuto intatto per duemila anni: ancora oggi “lupanare” indica un postribolo.
Le stanze dei lupanari si chiamavano cellae meretriciae: piccole, spartane, con un letto in muratura addossato al muro su cui si poggiava un materasso di paglia. Il Lupanare di Pompei, il più famoso, ne contava dieci, distribuite su due piani attorno a un corridoio centrale, con una latrina in fondo. Il Lupanare di Pompei è oggi l’edificio più visitato degli scavi. Il piano terra era per la clientela più povera, quello superiore per chi poteva spendere di più.
Come funzionava: un’attività legale e tassata
Ecco il primo elemento che spiazza la sensibilità moderna: nell’antica Roma la prostituzione era legale, regolamentata e tassata. Non era tollerata controvoglia, era un’attività economica riconosciuta, inserita a pieno titolo nella vita della città.
Lo Stato non cercava di eliminarla, ma di regolarla. Le prostitute dovevano iscriversi a un registro pubblico (anche con un nome d’arte), pagavano una tassa sui loro guadagni, e in certi periodi erano tenute a esercitare in determinate fasce orarie. Nel I secolo d.C. le meretrici registrate a Roma, secondo le fonti antiche, erano decine di migliaia. L’imperatore Caligola introdusse una tassa specifica sui proventi della prostituzione: lo Stato, insomma, ci guadagnava direttamente.
I prezzi, che conosciamo dai graffiti, erano generalmente bassi: si andava da due assi (quanto un boccale di vino) fino a una decina o più per le prestazioni o le donne più richieste. Frequentare un lupanare era alla portata del popolo minuto, ed era considerato, nella cultura maschile romana, una cosa del tutto normale, quasi un rito di passaggio per i giovani. Per i pagamenti circolavano anche gettoni appositi, le spintriae, con raffigurazioni esplicite.
Le voci sui muri: i graffiti
La cosa più straordinaria del Lupanare di Pompei non sono gli affreschi, ma i muri scarabocchiati. Sono stati trascritti oltre 150 graffiti, ed è stata proprio la loro presenza, oltre agli affreschi, a far identificare l’edificio come bordello.
Questi graffiti sono una finestra impagabile sulla vita reale. Ci sono prostitute che pubblicizzano sé stesse e le proprie specialità, clienti che lasciano giudizi e recensioni, nomi, date, battute volgari, vanti sessuali. Uno dei più celebri è la firma di un tale soprannominato “Scordopordonicus”, che tradotto suona grossomodo come “scorreggia all’aglio”. Non c’è nulla di idealizzato: è la società romana nella sua versione più cruda, diretta e umana, lontana mille miglia dalla solennità delle statue nei musei.
Gli studiosi hanno anche notato che i graffiti si concentrano nelle stanze più vicine all’ingresso: un indizio su quali cellae fossero le più frequentate. E poiché gran parte della popolazione era semi-analfabeta, quei muri erano un’esperienza quasi interattiva, fatta di parole e immagini insieme.
Chi erano le “lupae”
Sarebbe disonesto dipingere i lupanari solo come luoghi di gioiosa libertà. Dietro la normalità sociale della prostituzione c’era, per la maggior parte delle donne che la esercitavano, una realtà dura. La maggioranza delle prostitute di basso rango erano schiave, o donne liberissime costrette dalla miseria. La loro era spesso una condizione di marginalità assoluta.
Sul piano giuridico, le prostitute erano bollate come infames: colpite da “infamia”, perdevano una serie di diritti civili, come la facoltà di testimoniare in tribunale, di ricoprire cariche o partecipare alla vita pubblica. La società romana le usava e al tempo stesso le relegava ai margini. Esisteva però anche una gerarchia: all’estremo opposto delle lupae di strada c’erano le cortigiane di alto rango, colte, esperte di musica e poesia, che frequentavano un’altra fascia di clientela, un po’ come le cortigiane rinascimentali di cui abbiamo raccontato altrove.
Questo doppio volto, l’accettazione sociale della pratica e l’emarginazione di chi la subiva, è uno degli aspetti più complessi e istruttivi del fenomeno. Al lupanare, del resto, la leggenda lega persino un’imperatrice: secondo i cronisti antichi come Giovenale, Messalina, moglie di Claudio, si sarebbe prostituita di nascosto in un bordello sotto il falso nome di Lycisca, per puro desiderio e sfida.
Il sesso prima del peccato
Qui arriviamo al punto che rende i lupanari così interessanti per capire la nostra stessa cultura. Nell’antica Roma, come nella Grecia classica, non esisteva l’idea del sesso come peccato. La sessualità era una funzione naturale della vita, né sacra né infernale: una cosa di cui si poteva parlare, ridere, scrivere sui muri.
Lo abbiamo osservato parlando della storia della masturbazione femminile: l’idea che il piacere fosse colpa, vizio da reprimere, non apparteneva al mondo antico. Sarebbe arrivata dopo, con l’affermarsi del cristianesimo e della sua morale, che trasformò la sessualità in terreno di peccato e la relegò nell’ombra. I lupanari, da istituzione cittadina alla luce del sole, divennero gradualmente qualcosa da nascondere e condannare.
C’è di più: a Roma la prostituzione aveva avuto, in origine, persino una dimensione sacra. Molte civiltà antiche praticavano la cosiddetta prostituzione sacra o ierodulia, legata al culto della fertilità. Le sacerdotesse di antiche divinità italiche venivano chiamate “lupe”, e i locali annessi ai templi dove si praticava divennero, secondo una delle ipotesi sull’origine del termine, i primi lupanari. Il sesso, in quel mondo, poteva essere addirittura un atto religioso. È difficile immaginare una distanza più grande da ciò che sarebbe venuto dopo.
Due falsi miti da smontare
Sui lupanari circolano leggende tenaci, e un articolo serio deve sfatarle.
Il mito di “Pompei città a luci rosse”. Si è a lungo immaginata Pompei come una città zeppa di bordelli a ogni angolo. In realtà gli archeologi oggi ridimensionano: l’unico edificio identificabile con certezza come bordello costruito a quello scopo è il Lupanare della Regio VII. Molti altri “luoghi del piacere” ipotizzati dai primi scavatori erano semplici stanze o locande, interpretate con la morbosità tipica dell’Ottocento.
Il mito dei falli come segnaletica stradale. È diffusissima l’idea che i falli scolpiti sulle pietre delle strade di Pompei fossero “frecce” che indicavano la via verso il bordello. È una semplificazione turistica: i simboli fallici erano soprattutto portafortuna, segni apotropaici contro il malocchio e per la prosperità, presenti su case, botteghe e forni. Non erano un sistema di segnaletica per clienti smarriti.
Dove vederli oggi
Il luogo per eccellenza è il Lupanare di Pompei (Regio VII, 12, 18-20), scavato nella seconda metà dell’Ottocento e oggi tra le mete più visitate del Parco Archeologico. Conserva i letti in muratura, la latrina, e soprattutto i celebri affreschi erotici sopra le porte delle stanze, che raffigurano scene esplicite: secondo molti studiosi non erano un “menù” dei servizi, come vuole la vulgata turistica, ma decorazioni allusive che creavano l’atmosfera.
A completare il quadro c’è il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la sala che raccoglie i reperti erotici di Pompei ed Ercolano, a lungo tenuti nascosti al pubblico proprio per il pudore delle epoche successive, e oggi finalmente visitabili. A Roma, invece, dei lupanari della Suburra e del Celio, i quartieri a luci rosse dell’Urbe, non resta quasi nulla di visibile: la città viva e stratificata ha cancellato ciò che Pompei, paradossalmente, ha conservato proprio perché sepolta.
È questa la ragione per cui quelle dieci stanzette continuano ad attirare folle: non per voyeurismo, o non solo. Il Lupanare di Pompei è una macchina del tempo che ci mette davanti a un’altra idea del corpo e del desiderio. Guardarlo significa ricordare che il modo in cui viviamo la sessualità non è naturale né eterno: è il risultato di una storia, fatta di epoche che l’hanno celebrata e altre che l’hanno sepolta.
Domande frequenti
Cosa significa la parola lupanare?
Deriva dal latino lupa, “lupa”, termine con cui si indicavano le prostitute di bassa condizione. Lupanar significa letteralmente “luogo delle lupe”. Il nome è legato sia al verso con cui adescavano i clienti sia, secondo un’altra ipotesi, all’antico culto di una Dea Lupa e alla prostituzione sacra.
La prostituzione era legale nell’antica Roma?
Sì, era pienamente legale, regolamentata e tassata. Le prostitute si registravano in un apposito elenco e pagavano le tasse sui guadagni; l’imperatore Caligola introdusse una tassa specifica. Frequentare un lupanare non comportava alcuna disapprovazione morale per gli uomini, di qualsiasi classe sociale.
Dove si può vedere un lupanare oggi?
Il meglio conservato è il Lupanare di Pompei (Regio VII), con i letti in muratura e gli affreschi erotici, tra le mete più visitate del Parco Archeologico. I reperti erotici di Pompei ed Ercolano sono raccolti nel Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. A Roma, dei lupanari antichi non resta quasi nulla di visibile.
Gli affreschi nei lupanari erano un menù delle prestazioni?
È l’interpretazione turistica più diffusa, ma molti studiosi la ritengono una semplificazione. È più probabile che gli affreschi erotici sopra le porte avessero una funzione decorativa e allusiva, per creare l’atmosfera del luogo, più che quella di un catalogo illustrato dei servizi offerti.
Mario Esposito scrive di cultura erotica, letteratura libertina e psicologia della sessualità per La Stanza Rossa. Il suo approccio tiene insieme rigore e curiosità, senza morbosità e senza moralismo.