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Vite erotiche

Messalina: la vera storia dell’imperatrice che Roma non riuscì a contenere

Marta Veneziani 12 min di lettura 3 Giugno 2026

In italiano esiste un aggettivo, “messalinesco”, che la lingua ha distillato da un nome proprio per indicare una donna dal desiderio incontenibile, smodato, scandaloso. È una di quelle parole che le generazioni si tramandano senza chiedersi più da dove vengano. Eppure dietro quell’aggettivo c’è una persona reale, vissuta duemila anni fa, di cui sappiamo molto meno di quanto crediamo.

Valeria Messalina morì nel 48 dopo Cristo. Aveva poco più di vent’anni. Non scrisse nulla di proprio, non lasciò memorie, non firmò nessun documento giunto fino a noi. Tutto quello che oggi sappiamo di lei — la sua vita, i suoi presunti amanti, le sue presunte trasgressioni — proviene esclusivamente dalla penna di uomini. Uomini che scrivevano dopo la sua morte, sotto un’altra dinastia, in un clima politico in cui infangare il suo nome serviva a giustificare scelte di potere fatte da altri. Tacito, Svetonio, Giovenale, Plinio il Vecchio: nessuno di loro la conobbe personalmente. Nessuno di loro era nato quando lei era ancora viva. Le loro testimonianze sono ricostruzioni di seconda o terza mano, scritte settant’anni dopo i fatti, con motivazioni politiche tutt’altro che neutrali.

Questo non significa che Messalina fosse innocente delle accuse che le sono state mosse. Significa che ciò che diamo per scontato su di lei va ripreso in mano e letto come si leggerebbe qualsiasi documento storico prodotto dai nemici di chi viene descritto: con cautela, con strumenti critici, con la consapevolezza che la verità potrebbe essere molto diversa.


Una bambina sposata a un imperatore

Il primo fatto da cui partire è la sua età. Valeria Messalina nasce probabilmente intorno al 20 dopo Cristo da una famiglia patrizia romana, nipote di Ottavia minore — la sorella di Augusto — e quindi cugina di secondo grado di Claudio, che diventerà suo marito. Le ricostruzioni più accreditate la fanno arrivare al matrimonio intorno ai quattordici anni, forse anche meno.

Suo marito ne ha quasi cinquanta. È al terzo matrimonio. È un uomo che la famiglia imperiale considera un personaggio imbarazzante, da tenere ai margini della scena politica: balbuziente, claudicante, considerato di intelligenza modesta. Claudio è quanto di più lontano si possa immaginare dal partner che una ragazza adolescente sceglierebbe per sé. Ma nella Roma imperiale le ragazze patrizie non scelgono nulla. Vengono date, scambiate, allocate dove la strategia familiare richiede.

Vale la pena fermarsi un momento su questo dato di partenza, perché è il contesto che dà senso a tutto il resto. Non si tratta di assolvere preventivamente Messalina da quanto farà negli anni successivi. Si tratta di riconoscere che la sua vita di adulta inizia in una condizione di radicale assenza di autonomia, in cui il proprio corpo e il proprio futuro appartengono letteralmente a una rete familiare che ha pianificato tutto senza consultarla.

Sette anni dopo il matrimonio, un colpo di scena improbabile cambia tutto. Caligola viene assassinato dai suoi pretoriani. La guardia, cercando un erede maschio della dinastia giulio-claudia da mettere sul trono, lo trova in Claudio — l’unico parente adulto rimasto, l’uomo che nessuno aveva mai preso sul serio. Nel 41 dopo Cristo Claudio diventa imperatore. E Messalina, a poco più di vent’anni, si ritrova imperatrice del più grande impero del mondo allora conosciuto.


Il potere come arte della sopravvivenza

Quello che le fonti antiche raccontano come “depravazione” di Messalina si può leggere, con strumenti contemporanei, in modo radicalmente diverso. Era una donna giovanissima in una corte piena di uomini più anziani, più potenti, più scaltri, che la consideravano un ostacolo o un’occasione. Il suo strumento per restare in piedi — e per proteggere i propri figli, Britannico e Ottavia — era il sesso usato come moneta politica.

Gli uomini con cui ebbe relazioni non erano scelti a caso da un repertorio di gladiatori e schiavi, come la tradizione popolare ha poi colorato. Erano senatori, cavalieri, liberti imperiali, governatori — esattamente le figure che reggevano le strutture vere del potere romano. Le sue relazioni con loro avevano una funzione che gli storici contemporanei riconoscerebbero immediatamente: costruire una rete di alleanze, comprare lealtà, ottenere informazioni, mantenere influenza in un sistema che alle donne non riconosceva alcun ruolo politico ufficiale.

Era anche una donna pericolosa. Le fonti la accusano di aver fatto eliminare diverse persone scomode — alcune attraverso processi con accuse fabbricate, altre tramite esilio o suicidio forzato. Questa parte delle accuse è probabilmente vera nei suoi tratti generali, anche se ingrandita dai dettagli. Il potere, nella Roma imperiale come in ogni epoca, ha sempre avuto un legame intimo con il desiderio e la sua rappresentazione — un nodo che la filosofia ha analizzato a fondo nei tre filosofi dell’erotismo. Ma vale la pena chiedersi: erano comportamenti diversi da quelli degli uomini di potere a Roma in quello stesso periodo? La risposta storica onesta è no. Era la prassi del potere imperiale. La differenza è che gli storici romani la giudicavano scandalosa solo quando a praticarla era una donna.

La legge sull’adulterio risaliva all’epoca augustea e in teoria prevedeva l’esilio per le mogli infedeli. Ma nella pratica della Roma imperiale, soprattutto negli ambienti aristocratici, il rispetto formale della legge conviveva con costumi sessuali piuttosto liberi. Le accuse sessuali contro Messalina non erano realmente un problema morale per i suoi contemporanei. Erano un problema politico: l’imperatrice usava la propria sessualità come strumento di potere, e lo faceva senza nascondersi.


La gara con la prostituta e altre fantasie

Tra le storie che hanno consegnato Messalina alla memoria collettiva ce ne sono due particolarmente famose. Entrambe vanno guardate con attenzione, perché entrambe hanno problemi di credibilità storica seri.

La prima è quella tramandata da Giovenale nella sua sesta satira. Il poeta descrive Messalina che, calata la notte, si traveste da prostituta, lascia il palazzo imperiale, e va a vendersi in un bordello della Suburra — il quartiere più squallido di Roma — sotto il nome di Licisca (uno di quei lupanari che punteggiavano i quartieri popolari di Roma), finché all’alba torna al suo letto coniugale “profumata della lampada” e ancora stanca senza essere stata saziata.

È un’immagine letterariamente potentissima. È anche, con ogni probabilità, una pura costruzione satirica. Giovenale scrive almeno sessant’anni dopo i fatti, dentro un genere letterario — la satira — che fa dell’esagerazione il proprio strumento principale. La sua sesta satira è un attacco generalizzato contro le donne romane del suo tempo, non una biografia di Messalina. Usarla come fonte documentaria equivale a ricostruire la storia di Atene dalle commedie di Aristofane.

La seconda storia famosa è la gara di resistenza sessuale. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, racconta che Messalina avrebbe sfidato la prostituta più famosa di Roma a chi riusciva a soddisfare più clienti in ventiquattro ore, e che l’imperatrice avrebbe vinto fermandosi a venticinque. Il numero è sospettosamente tondo. La fonte di Plinio non è specificata. L’episodio non compare in nessuna fonte indipendente. Probabilmente è il tipo di leggenda che circolava nelle terme e nei mercati nei decenni successivi alla morte di Messalina, un pettegolezzo che la propaganda ufficiale ha lasciato volentieri sopravvivere perché serviva ai suoi scopi.

Va detto chiaramente: Messalina probabilmente non fu fedele a Claudio, e probabilmente ebbe parecchi amanti. Ma le storie esagerate che circolano oggi nella memoria popolare sono prodotti della propaganda della dinastia successiva, non testimonianze affidabili. La storia romana le ha tramandate per due millenni come se fossero fatti, e questo dice molto sul potere della propaganda quando viene scritta da chi vince.


Il matrimonio impossibile e la fine

Tra gli eventi raccontati dalle fonti, ce n’è uno che resta storicamente accertato e che resta anche, ad oggi, sostanzialmente inspiegabile.

Nell’autunno del 48 dopo Cristo, mentre Claudio era assente da Roma per ispezionare i lavori del porto di Ostia, Messalina celebrò pubblicamente un matrimonio con Gaio Silio. Silio era un giovane senatore considerato l’uomo più bello della sua generazione, designato console per l’anno successivo, già da tempo amante dell’imperatrice. Non si trattò di una cerimonia segreta o di un gesto simbolico privato. Fu un matrimonio celebrato con tutti i crismi del rito romano: testimoni, sacrifici, contratto firmato, banchetto pubblico.

Tacito stesso, nei suoi Annali, esprime difficoltà nel raccontare l’episodio. Lo storico ammette che la vicenda è di una temerarietà tale da sembrare impossibile, ma garantisce di averla controllata su più fonti. Lo dice con una formula che suona quasi come una scusa al lettore: so che sembrerà incredibile, ma è andata davvero così.

Perché lo fece? La domanda attraversa duemila anni di storiografia senza una risposta definitiva. Le ipotesi si dividono in due grandi famiglie. Una è politica: Messalina e Silio stavano preparando un colpo di stato. Approfittando dell’assenza di Claudio da Roma, il matrimonio pubblico avrebbe legittimato Silio come nuovo principe, e Britannico — figlio di Messalina — sarebbe stato l’erede designato. È la tesi di Tacito.

L’altra è sentimentale, ed emerge in filigrana dalle stesse fonti ostili. Messalina, fino ad allora utente del sesso come strumento, si sarebbe finalmente innamorata. Tacito usa il verbo exarserat — “ardeva” — per descrivere la sua passione per Silio. Una donna che aveva sempre controllato gli uomini si lasciò controllare dalla passione, perdendo il senso della realtà politica e firmando di fatto la propria condanna.

Le due ipotesi non si escludono. Probabilmente furono entrambe vere. Il calcolo politico e l’innamoramento possono averla portata insieme a un atto che, dal punto di vista della sopravvivenza, era folle.

La notizia arrivò a Claudio attraverso i liberti imperiali, in particolare Narcisso, che vedevano nel cambio di assetto una minaccia mortale al proprio potere. Tacito descrive un Claudio incerto, vacillante, che chiede ripetutamente di poter parlare con Messalina prima di decidere. I liberti capirono che se l’imperatore l’avesse incontrata si sarebbe lasciato convincere, e impedirono ogni contatto. La condanna fu decisa di fatto da loro, non da lui.

Messalina si rifugiò nei giardini di Lucullo, l’antica villa che aveva fatto sua nei mesi precedenti facendo morire il proprietario per impossessarsene. Sua madre Domizia Lepida la raggiunse e — secondo Tacito — la supplicò di togliersi la vita dignitosamente prima dell’arrivo dei soldati. Messalina, che le fonti descrivono fino a quel momento come una donna di ferro, non riuscì a impugnare il pugnale. Fu un tribuno militare a finirla.

A Claudio, mentre stava cenando, fu annunciata la morte della moglie senza specificare le modalità. L’imperatore non fece domande. Chiese una coppa di vino e continuò il banchetto. È uno dei dettagli più crudeli che le fonti ci abbiano consegnato — più crudele perché molto probabilmente vero.


Chi era veramente

Una risposta onesta è che non possiamo saperlo con la precisione che vorremmo. Le fonti che abbiamo sono tutte filtrate dai nemici della dinastia giulio-claudia, tutte scritte decenni dopo la sua morte, tutte portatrici di un’agenda politica precisa. Quello che possiamo dire, con un certo margine di sicurezza, è questo.

Messalina fu probabilmente una donna di intelligenza politica considerevole, formata in un sistema che alle donne negava qualsiasi forma di esercizio diretto del potere. In quel sistema, utilizzò gli strumenti che aveva a disposizione — il corpo, la rete familiare, le relazioni — per costruirsi una posizione di influenza concreta. Eliminò avversari, comprò alleati, protesse i propri figli, accumulò ricchezze. Sostanzialmente fece quello che facevano gli uomini di potere romano, con la differenza decisiva che agli uomini era concesso e a lei no.

E morì giovanissima, a non più di ventitré anni, per mano di uomini che temevano di perdere la propria influenza se lei fosse rimasta viva.

Una parte della storiografia contemporanea sta riconsiderando il personaggio. Gli studi più recenti tendono a leggere le accuse delle fonti antiche con maggiore scetticismo, riconoscendo quanto del materiale tramandato sia di fatto propaganda. Il sesso — reale o esagerato — era nel mondo romano il modo più efficiente per distruggere la reputazione di una donna potente. Ha funzionato così bene che il nome di Messalina è diventato sinonimo di lussuria per due millenni, mentre quello di Claudio — un imperatore mediocre con una vita privata altrettanto turbolenta — è ricordato senza particolare scandalo. È lo stesso meccanismo che ha colpito secoli dopo Caterina la Grande, ricordata per gli amanti più che per i trent’anni di governo riformista.

“Messalinesco”, come aggettivo, riassume in una parola questa asimmetria. Una donna raccontata dai suoi nemici, accusata in modi che a un uomo non sarebbero stati nemmeno contestati, ricordata per duemila anni come l’incarnazione del desiderio fuori controllo. Vale la pena chiedersi quante altre Messaline ci siano state nella storia. Donne i cui desideri — reali o costruiti — sono diventati gli strumenti con cui qualcun altro le ha cancellate. Un meccanismo che non ha risparmiato nemmeno gli uomini: anche Giacomo Casanova è sopravvissuto come caricatura del seduttore, dimenticando lo scrittore che era.


Messalina nell’arte e nel cinema

Il personaggio è sopravvissuto attraversando secoli di rappresentazioni che, quasi senza eccezione, hanno preferito la versione più scandalosa a quella più complessa.

Nel simbolismo di fine Ottocento Félicien Rops la dipinse come archetipo della donna fatale, vampira erotica del nuovo secolo. Gustave Moreau la incluse nelle sue galassie di figure femminili minacciose. Il teatro tardo-ottocentesco e i romanzi popolari del primo Novecento ne fecero un personaggio gotico, decadente, sensuale fino alla caricatura.

Il cinema italiano del peplum, negli anni Sessanta, le dedicò diverse pellicole tutte centrate sull’orgia, lo scandalo, l’eccesso decorativo. La Messalina del cinema italiano è una creatura barocca, dipinta a tinte forti, costruita per il gusto del grande schermo più che per la fedeltà storica.

Tra tutte le rappresentazioni, paradossalmente, quella che resta più vicina al personaggio reale è anche quella più ostile: il ritratto di Tacito negli Annali. Lo storico latino la condanna senza appello, ma nel descrivere la sua morte e i giorni che la precedono fa intravedere una donna molto più tridimensionale di quella consegnata alla leggenda. La scena del matrimonio con Silio, raccontata con la straordinaria precisione narrativa di Tacito, lascia trasparire qualcosa che lo storico stesso non sa o non vuole nominare: l’umanità di una donna che, per una volta, smette di calcolare e si lascia andare a un sentimento. È in quel momento — più che nelle gare di resistenza sessuale o nelle notti nella Suburra — che Messalina diventa davvero un personaggio storico, e non solo un nome diventato un’ingiuria.

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Marta Veneziani

Critica culturale con vent'anni di letture sull'erotismo come fenomeno letterario, artistico e storico. Legge in italiano, inglese e francese e trova il filo erotico ovunque — in un romanzo premio Booker, in una stampa giapponese del Settecento, in un film di Rohmer. Scrive di letteratura, fotografia, cinema e storia dell'erotismo con la stessa serietà con cui si scrive di qualsiasi altra forma di cultura. Non si prende troppo sul serio — che è l'unico modo per scrivere di sesso in modo davvero serio.