Geisha e cortigiane: arte, seduzione e mondo fluttuante
C’è un gesto che racconta tutto, e non è un gesto erotico. È il modo in cui viene annodata una cintura.
Nel Giappone del periodo Edo, una donna che portava l’obi annodato sul davanti stava comunicando qualcosa di preciso a chi sapeva leggere: quel nodo sarebbe stato sciolto e rifatto più volte, nel corso della notte. Una donna che lo portava annodato sulla schiena, invece, diceva l’opposto. Il suo corpo non era in vendita. Vendeva altro, e lo vendeva carissimo.
Su quella differenza di pochi centimetri di stoffa si gioca uno dei più tenaci equivoci che l’Occidente abbia mai costruito su una cultura lontana. Perché quando diciamo “geisha”, nella stragrande maggioranza dei casi, stiamo pensando a tutt’altra figura.
Due mondi che l’Occidente ha fuso in uno
La parola geisha si scrive con due caratteri: quello dell’arte e quello della persona. Persona votata all’arte, dunque. Non alla seduzione mercenaria, ma alla danza, al canto, alla musica dello shamisen, alla cerimonia del tè, alla conversazione capace di rendere memorabile una serata. Un’artista dell’intrattenimento colto, la cui abilità stava nel creare atmosfera, non nel concederla.
La cortigiana, invece, aveva un altro nome: oiran. E qui la faccenda si fa interessante, perché l’oiran non era affatto la volgare prostituta che l’immaginario moderno tende a evocare. Era il vertice di una gerarchia raffinatissima, una donna scelta per bellezza, educazione e talento, capace di comporre poesia, di praticare la calligrafia, di sostenere una conversazione con un samurai di alto rango o un ricco mercante. Semplicemente, a differenza della geisha, l’oiran offriva anche il corpo — e lo faceva al termine di un corteggiamento ritualizzato, lento, costosissimo, che poteva richiedere più incontri prima di concludersi.
Le più celebri tra loro, le tayū, erano celebrità nel senso pieno del termine. Inavvicinabili per il cliente comune, sceglievano loro chi ricevere. Rifiutare un uomo sgradito rientrava nel loro potere, e questo dettaglio dice più di molti trattati sulla condizione, contraddittoria, di queste donne: prigioniere e sovrane allo stesso tempo.
Le città murate del piacere
Tutto questo accadeva in luoghi ben delimitati. Per controllare e tassare la prostituzione, il governo Tokugawa istituì quartieri recintati e autorizzati, gli yūkaku: veri distretti circondati da mura, posti ai margini delle città. Il più famoso fu lo Yoshiwara di Edo — l’odierna Tokyo — ma esistevano anche lo Shimabara di Kyoto e lo Shinmachi di Osaka.
Sbaglierebbe chi immaginasse squallore. Questi quartieri erano il cuore pulsante della vita mondana e artistica dell’epoca, un universo che i giapponesi chiamarono con un’espressione bellissima: il mondo fluttuante. Un luogo dove il tempo ordinario si sospendeva, dove valevano regole proprie di eleganza, moda e gusto. Le oiran dettavano tendenze: le loro acconciature cariche di forcine, i kimono a strati, il trucco bianco, le altissime zeppe di legno con cui sfilavano lente in processione, tutto veniva imitato fuori dalle mura. Erano, in un certo senso, le prime dive della storia giapponese.
Quel mondo ha lasciato tracce profonde nell’arte figurativa, nelle stampe ukiyo-e che ritraevano le cortigiane più famose come oggi si fotografano le star. È lo stesso immaginario che secoli dopo avrebbe alimentato una parte importante della letteratura erotica giapponese, ossessionata dalla bellezza che sfiorisce e dal desiderio come territorio di raffinatezza estrema.
Come nasce una geisha
Curiosamente, le prime geisha erano uomini. Intrattenitori che allietavano gli ospiti in attesa che questi venissero ricevuti dalle cortigiane. Fu solo nella seconda metà del Settecento che il termine passò a indicare le donne, e la prima geisha donna di cui si ha notizia era una ex prostituta di Fukagawa, bravissima nel canto e nello shamisen.
Qui sta il paradosso che il pubblico occidentale fatica ad accettare: la geisha nasce dentro il mondo della prostituzione, ma proprio per differenziarsene. Alle geisha che lavoravano nei quartieri di piacere fu esplicitamente proibito di offrire prestazioni sessuali, per non danneggiare il fiorente business delle oiran. Il divieto, nato per ragioni commerciali, finì per costruire l’identità stessa della geisha: più sobria, più elegante, più desiderabile proprio perché irraggiungibile. La regola del mercato produsse, senza volerlo, un’icona culturale.
Una geisha poteva avere relazioni sentimentali, certo, e poteva aspirare a un danna, un protettore che la mantenesse. Ma erano scelte personali, non parte del servizio. La distinzione, per quanto sottile, era tutto.
Da dove viene, allora, l’equivoco
Se le due figure erano così nettamente distinte, perché l’Occidente le ha appiattite l’una sull’altra? La risposta ha una data abbastanza precisa: il dopoguerra.
Durante l’occupazione americana del Giappone, nella miseria del paese sconfitto, molte donne si spacciarono per geisha per attirare i soldati statunitensi. Non lo erano. Ma i militari tornarono a casa raccontando di aver conosciuto delle “geisha girl”, e quella figura distorta — metà cortigiana, metà souvenir esotico — si radicò nell’immaginario occidentale. Il cinema, i romanzi e la pubblicità fecero il resto, cristallizzando un fraintendimento in stereotipo.
A cementare l’equivoco arrivò poi, nel 1997, un romanzo destinato a diventare un fenomeno mondiale: Memorie di una geisha di Arthur Golden, trasformato nel 2005 in un film di Hollywood. Per milioni di lettori e spettatori occidentali, quel racconto — con la sua asta della verginità e la sua geisha-cortigiana — è diventato la geisha. Il problema è che era, appunto, un romanzo.
La cosa più istruttiva è ciò che accadde dopo. Una delle fonti principali di Golden era stata Mineko Iwasaki, tra le geisha più celebri del suo tempo, che gli aveva concesso oltre cento ore di interviste alla condizione esplicita di restare anonima. Golden la nominò invece nei ringraziamenti, esponendola a critiche e persino a minacce di morte per aver tradito il codice di riservatezza del suo mondo. Iwasaki lo portò in tribunale e, soprattutto, decise di raccontare lei stessa la verità in un libro di memorie — pubblicato in Italia come Storia proibita di una geisha — per ristabilire una distinzione tanto semplice quanto trascurata: la geisha era un’artista, non una cortigiana. È il paradosso perfetto di questa storia: una geisha vera costretta a smentire, uno per uno, i luoghi comuni che un romanziere occidentale aveva contribuito a diffondere.
C’è dunque una vena amara in questa storia. Una cultura che aveva costruito, sulla differenza tra arte e sesso, un edificio di regole sofisticatissime, si è vista ridurre a una cartolina piccante da un malinteso nato dalla guerra. Non è la prima volta che accade: l’Occidente ha spesso guardato al corpo orientale con lo stesso sguardo con cui, nella propria tradizione, ha trattato il nudo nella pittura — come oggetto da contemplare e possedere, filtrato attraverso il proprio desiderio più che compreso nella sua realtà.
Ciò che sopravvive
Le oiran sono scomparse con la modernizzazione del Giappone. Oggi esistono solo come rievocazioni: attrici che ne indossano i panni durante parate storiche, per conservare la memoria del mondo fluttuante. Le geisha, invece, sono sopravvissute — poche, concentrate nei quartieri storici di Kyoto e Tokyo, custodi di un mestiere che resiste al costo di una disciplina durissima.
Alcune di loro, oggi, combattono attivamente lo stereotipo, concedendo interviste e scrivendo libri per ristabilire una verità semplice: geisha significa arte, non prostituzione. È una battaglia culturale che ha qualcosa di commovente, perché si combatte contro un’immagine che il mondo ha amato proprio perché falsa.
Del resto la cultura giapponese ha sempre saputo trasformare la costrizione in estetica, il vincolo in bellezza. Lo stesso principio che governa un’arte apparentemente lontana come lo shibari, il bondage giapponese, dove la corda che immobilizza diventa disegno, e il limite imposto al corpo si fa forma. Anche l’obi annodato sulla schiena della geisha era questo: un limite trasformato in significato. Un nodo che diceva no, e che proprio per questo valeva più di mille sì.
Domande frequenti
Le geisha erano prostitute?
No. La geisha era un’artista dell’intrattenimento, esperta di danza, musica, canto e conversazione. Le fu anzi esplicitamente vietato di offrire prestazioni sessuali, per non entrare in concorrenza con le cortigiane. L’equivoco che le vuole prostitute nasce soprattutto nel dopoguerra, durante l’occupazione americana.
Qual è la differenza tra geisha e oiran?
L’oiran era una cortigiana di alto rango che, oltre alle arti, offriva anche il corpo, al termine di un corteggiamento ritualizzato. La geisha offriva solo intrattenimento artistico. Un segno visibile le distingueva: l’oiran annodava l’obi sul davanti, la geisha sulla schiena.
Cosa erano le tayū?
Le tayū erano il rango più elevato tra le cortigiane, autentiche celebrità dell’epoca. Potevano permettersi di selezionare i propri clienti e rifiutare quelli sgraditi, godendo di uno status e di un potere economico notevoli all’interno del loro mondo.
Esistono ancora le geisha oggi?
Sì, anche se in numero molto ridotto. Sopravvivono soprattutto a Kyoto e Tokyo, nei quartieri tradizionali chiamati hanamachi, dove continuano a esibirsi in cene ed eventi privati mantenendo la disciplina artistica di un tempo. Le oiran, invece, sono scomparse e sopravvivono solo nelle rievocazioni storiche.
“Memorie di una geisha” racconta una storia vera?
No, è un romanzo. Si ispirava alla vita della geisha Mineko Iwasaki, che però fece causa all’autore Arthur Golden per aver violato l’anonimato promesso e per aver dato un’immagine distorta e sessualizzata delle geisha. Iwasaki scrisse poi la propria autobiografia per raccontare la realtà del suo mondo.
Cos’era il “mondo fluttuante”?
Era l’espressione con cui i giapponesi indicavano l’universo dei quartieri di piacere del periodo Edo: un mondo sospeso dalle regole ordinarie, dedito all’intrattenimento, alla moda e all’arte, che ha ispirato gran parte delle celebri stampe ukiyo-e.
Marta Veneziani scrive di cultura erotica per La Stanza Rossa. Si occupa di come l’arte, la letteratura e la storia hanno raccontato il desiderio — e di quanto spesso lo abbiano frainteso.
