La letteratura erotica giapponese: Tanizaki, Kawabata, Mishima e l’eros come filosofia
C’è una parola giapponese che non ha un equivalente esatto in italiano: mono no aware. Significa qualcosa come la malinconia delle cose, la consapevolezza della loro bellezza proprio perché passeggera. I fiori di ciliegio sono il simbolo più ovvio, ma il concetto attraversa ogni espressione culturale giapponese — inclusa, e forse soprattutto, la letteratura erotica.
In Giappone, il desiderio non è mai stato trattato come qualcosa di separato dalla vita. Non è un’aggiunta piacevole all’esistenza, non è una distrazione dalla serietà del mondo. È intrecciato con la bellezza, la morte, la vecchiaia, la perdita. Gli scrittori che hanno fatto del corpo e del desiderio il loro territorio letterario non hanno scritto libri “erotica” nel senso in cui lo intendiamo in Occidente — hanno scritto romanzi sull’essere umano, in cui l’eros era semplicemente il prisma attraverso cui guardare tutto il resto.
Questa è la tradizione che voglio raccontare. Non è la storia del sesso in letteratura — è la storia di come una cultura ha pensato il desiderio in modo radicalmente diverso dalla nostra.
Prima di tutto: gli shunga
Qualsiasi discorso sulla tradizione erotica giapponese deve cominciare con gli shunga — le stampe erotiche del periodo Edo (1603-1868), realizzate dagli stessi maestri che firmavano le stampe di paesaggi e fiori. Hokusai, Utamaro, Hiroshige: i nomi più grandi dell’arte xilografica giapponese hanno tutti prodotto shunga, e lo hanno fatto senza distinzione qualitativa tra quel genere e il resto della loro produzione.
La parola shunga significa letteralmente “pittura di primavera” — un eufemismo per indicare il rapporto sessuale. Le figure rappresentate erano generalmente una cortigiana e il suo cliente, colti in posizioni che variavano dalla tenerezza alla fantasia più elaborata. Le proporzioni erano volutamente irrealistiche — gli organi sessuali enormi, i corpi intrecciati in modi anatomicamente improbabili — ma il tratto era sempre quello dell’arte alta, mai della volgarità.
Quello che colpisce degli shunga, visti oggi, non è tanto l’esplicitezza quanto la cura. La stessa attenzione dedicata al kimono ripiegato, all’espressione del volto, allo sfondo architettonico, alla luce che filtra attraverso uno shoji. L’atto sessuale inserito in un contesto estetico preciso, trattato con la stessa serietà di qualsiasi altra scena della vita quotidiana.
Gli shunga non erano materiale clandestino — circolavano liberamente, venivano regalati alle spose come educazione sentimentale, venivano collezionati da samurai e mercanti. Solo con le riforme dell’era Meiji, sotto l’influenza della moralità vittoriana occidentale, divennero illegali. È una delle molte ironie della storia: la repressione dell’eros giapponese fu importata dall’Occidente.
Tanizaki: la donna crudele e l’ombra
Jun’ichirō Tanizaki, del quale abbiamo parlato anche nel nostro articolo sulla narrativa erotica da non perdere, nasce a Tokyo nel 1886 e trascorre quasi ottant’anni a scrivere ossessivamente le stesse cose: la bellezza femminile come forza distruttiva, il feticismo come forma di adorazione, l’ombra come condizione necessaria del desiderio.
Il suo esordio, Il tatuaggio (1910), è già un programma estetico completo. Un tatuatore, Seikichi, cerca per anni la donna perfetta su cui imprimere il suo capolavoro. Quando la trova — una giovane addormentata con piedi di una bellezza straordinaria — le tatua un ragno sulla schiena mentre lei dorme. Al risveglio, la donna è trasformata: la crudeltà latente che il tatuaggio ha rivelato emerge con prepotenza. Seikichi è diventato il suo primo schiavo.
È un racconto breve, ma contiene tutto Tanizaki. La donna come akujo — donna-demone — che non è malvagia per scelta ma per natura, come se la bellezza portasse con sé inevitabilmente il potere di distruggere chi la contempla. L’uomo che non vuole dominare ma essere dominato. Il feticismo del piede come metonimia di tutto il desiderio. E quella strana inversione per cui l’artista crea l’opera che lo renderà schiavo.
La chiave (1956) è forse il romanzo più tecnicamente sofisticato. È costruito come due diari paralleli: marito e moglie scrivono i loro pensieri intimi sapendo che l’altro li leggerà, e questo sapere trasforma la scrittura in gioco erotico. Il voyeurismo e l’esibizionismo diventano la struttura stessa della narrazione. La gelosia è il combustibile del desiderio — il marito eccita la moglie con un amante giovane per poterla desiderare di nuovo. Il testo è, formalmente, un diario privato. In realtà è una performance.
Ma il saggio che contiene la sua filosofia più distillata non è un romanzo — è Libro d’ombra (1933), un testo breve sulla luce e il buio nell’estetica giapponese. Tanizaki polemizza contro l’illuminazione elettrica, contro la chiarezza aggressiva della modernità occidentale. La tradizione giapponese, sostiene, è costruita sull’ombra — le lacche brillano nella penombra, l’oro dei kimono splende al fioco lume delle candele, la bellezza delle geisha era inseparabile dall’oscurità dei quartieri del piacere. La luce piena rivela, ma la rivelazione non è necessariamente desiderio. Il desiderio vive nell’indistinto, nell’intuito, in quello che si immagina più che in quello che si vede.
È una riflessione estetica, ma è anche una teoria del desiderio. Il corpo amato non deve essere visto completamente — deve restare parzialmente nell’ombra, lasciare spazio all’immaginazione, alla proiezione, all’ossessione. La nudità totale, per Tanizaki, non è erotismo — è anatomia.
Leggilo: Il tatuaggio (incluso in varie raccolte) è il punto di ingresso. La chiave è il romanzo della maturità. Libro d’ombra è il saggio imprescindibile — breve, denso, applicabile a qualsiasi forma di bellezza.
Kawabata: l’eros come malinconia
Yasunari Kawabata vince il Nobel nel 1968 — il primo giapponese a ottenerlo. Nel discorso di accettazione, cita la poesia zen, la tradizione buddhista, il mono no aware. Quattro anni dopo si uccide inalando il gas.
La sua opera è percorsa da una malinconia che non è depressione ma qualcosa di più preciso: la consapevolezza che la bellezza è inseparabile dalla perdita. Il paese delle nevi (1937-48) è un romanzo d’amore, ma l’amore vi è già finito prima di cominciare — il protagonista Shimamura ama Komako, una giovane geisha di un villaggio termale, sapendo che non potrà restare, sapendo che lei lo sa, costruendo con questa consapevolezza condivisa una forma di intimità che la speranza renderebbe impossibile.
L’eros di Kawabata non è mai separabile dalla morte. Nella sua opera, Kawabata è un visitatore abituale di quella parte della coscienza dove si incontrano sesso e pulsioni di morte. Wikipedia Lo si vede con massima chiarezza in La casa delle belle addormentate (1961) — quello che Mishima, nella sua postfazione, definì un capolavoro di letteratura decadente.
La trama è semplice e perturbante: una casa segreta per uomini anziani, in cui i clienti pagano per trascorrere la notte accanto a giovani donne addormentate con un narcotico. Non è permesso svegliarle, non è permesso avere contatti sessuali con loro. Il protagonista Eguchi, sessantasette anni, torna più volte in questo luogo sospeso tra sogno e veglia, e ogni visita diventa un viaggio nella memoria — il corpo addormentato accanto a lui evoca donne amate e perdute, momenti di piacere che non torneranno, la consapevolezza sempre più concreta della propria mortalità.
È erotico, La casa delle belle addormentate, ma in un modo che il termine non riesce a contenere. Il desiderio di Eguchi non è solo sessuale — è il desiderio disperato di continuare a sentirsi vivo, di toccare ancora la bellezza, di ritardare quel confine che si avvicina. Le giovani addormentate sono irraggiungibili per definizione — e questa irraggiungibilità è l’essenza del romanzo. L’eros come nostalgia. Il desiderio come forma di lutto anticipatorio.
Leggilo: Il paese delle nevi è il punto di ingresso più accessibile. La casa delle belle addormentate è il testo erotico per eccellenza — breve, rarefatto, impossibile da dimenticare.
Mishima: il corpo come opera d’arte
Yukio Mishima è l’autore giapponese più tradotto nel mondo, e anche il più difficile da contenere in una categoria. Era romanziere, drammaturgo, attore, culturista, fondatore di una milizia privata. Si suicidò il 25 novembre 1970 con il rituale del seppuku, dopo aver consegnato all’editore l’ultimo manoscritto della sua tetralogia la mattina stessa.
Il suo rapporto con l’eros è inseparabile dal suo rapporto con la morte — e con la bellezza del corpo fisico come forma di arte temporanea.
Confessioni di una maschera (1949) è il romanzo autobiografico in cui Mishima racconta la scoperta della propria omosessualità. Il momento fondativo — uno dei più celebri nella letteratura del Novecento — è la prima masturbazione del protagonista Kochan davanti a una riproduzione del San Sebastiano di Guido Reni: il corpo maschile trafitto dalle frecce, bello e sofferente, diventa l’immagine erotica originaria. Eros e Thanatos — amore e morte — come la stessa cosa.
Questa sovrapposizione attraversa tutta l’opera di Mishima. Il corpo bello è un corpo mortale. Il desiderio è più intenso quando è consapevole della propria fine. Il seppuku con cui chiuse la sua vita non era separato dalla sua estetica — era il suo capolavoro definitivo, la trasformazione del corpo in opera d’arte attraverso la morte rituale.
Patriottismo (1960) è forse il testo che mostra più chiaramente questa fusione. Racconta le ultime ore di un ufficiale dell’esercito imperiale — la lunga scena d’amore con la moglie, poi il suicidio rituale. Il sesso e il seppuku sono descritti con lo stesso linguaggio, la stessa intensità, la stessa attenzione estetica. Non sono due cose separate — sono due espressioni della stessa pulsione verso l’assoluto.
Leggilo: Confessioni di una maschera è imprescindibile. Patriottismo (incluso in varie raccolte) è il testo più radicale. Per chi vuole capire Mishima come figura culturale, Sole e acciaio (1965) è il saggio autobiografico più rivelatore.
Un quarto autore meno noto: Ryūnosuke Akutagawa
Prima di Tanizaki, Kawabata e Mishima, c’è Akutagawa — il padre della narrativa breve giapponese moderna, autore di Rashōmon (1915) e Nel bosco (1922), i due racconti che Kurosawa avrebbe poi fuso nel suo film omonimo.
Akutagawa è meno esplicitamente “erotico” degli altri tre, ma il suo eros è forse il più inquietante. In Nel bosco, un samurai viene ucciso e diversi testimoni raccontano versioni incompatibili di quello che è successo — inclusa la versione della moglie, che afferma di aver partecipato alla morte del marito dopo essere stata violentata, e la versione del samurai stesso, trasmessa attraverso un medium. La verità rimane irraggiungibile. Il sesso, la violenza e la morte sono intrecciati in modo che nessuna narrativa riesce a separare.
Akutagawa si suicidò nel 1927, a trentacinque anni. Esiste in Giappone un premio letterario che porta il suo nome — è il più prestigioso per gli esordienti, l’equivalente del Booker Prize britannico. La tradizione continua.
Cosa rimane
La domanda che mi sono sempre posta leggendo questi autori è: cosa hanno in comune, oltre la nazionalità e il periodo storico?
La risposta che ho trovato è questa: tutti e tre — e Akutagawa con loro — trattano il desiderio come qualcosa che rivela. Non come qualcosa di piacevole, non come un’aggiunta alla vita — come uno strumento conoscitivo. Il personaggio che desidera impara qualcosa su se stesso che non saprebbe vedere altrove. La donna di Tanizaki rivela la servitù dell’uomo. Le belle addormentate di Kawabata rivelano la paura della morte. Il San Sebastiano di Mishima rivela la struttura profonda del suo desiderio.
In Occidente, la letteratura erotica ha spesso una funzione di intrattenimento — eccitante, evasiva, separata dal resto della vita. In questi autori giapponesi, il desiderio è il punto in cui la vita si fa più seria. Non si scappa nella sessualità — ci si entra per trovare qualcosa di vero.
È una differenza di prospettiva che ha qualcosa da insegnare. Non so se cambierà il modo in cui fate sesso. Ma potrebbe cambiare il modo in cui pensate a quello che volete — e perché.
Per iniziare: una piccola biblioteca
Se volete avvicinarvi a questa tradizione senza sapere da dove partire:
Tanizaki: Libro d’ombra è il testo più breve e più illuminante. La chiave è il romanzo più accessibile.
Kawabata: La casa delle belle addormentate è il punto di ingresso ideale — si legge in un pomeriggio e rimane per settimane.
Mishima: Confessioni di una maschera è imprescindibile. Se volete qualcosa di più breve, cercate Patriottismo nelle raccolte di racconti.
Akutagawa: Rashōmon e altri racconti nella traduzione italiana. Breve, denso, perfetto.
Tutti disponibili in edizioni economiche italiane, tutti reperibili facilmente. Non richiedono nessuna conoscenza della cultura giapponese per essere letti — portano con sé il loro mondo.



