Il cinema erotico che vale davvero: dieci film che hanno pensato il desiderio
Esiste una differenza fondamentale tra un film che mostra il sesso e un film che pensa il sesso. Il primo usa il corpo come spettacolo. Il secondo usa il corpo come strumento conoscitivo — per capire qualcosa sul desiderio, sul potere, sulla morte, sulla solitudine, sull’identità.
Questa lista è della seconda categoria. Non è una raccolta di film erotici nel senso commerciale del termine. È una selezione di opere in cui l’eros è il prisma attraverso cui i registi hanno guardato l’essere umano — con serietà, con coraggio, a volte con ferocia.
Alcuni di questi film sono espliciti. Altri non lo sono affatto. Tutti hanno qualcosa da dire che va ben oltre quello che mostrano.
1. L’impero dei sensi — Nagisa Ōshima (1976)
Cominciamo dall’opera che ha cambiato per sempre i confini tra cinema d’autore e rappresentazione esplicita della sessualità — o meglio, che ha reso quella distinzione irrilevante.
Ai no korīda racconta una storia vera: quella di Abe Sada, una donna del Giappone degli anni Trenta che uccise il suo amante durante un amplesso di soffocamento erotico e vagò per le strade di Tokyo portando con sé i suoi genitali recisi. Un fatto di cronaca che sconvolse il paese e che Ōshima trasforma in qualcosa di completamente diverso da un resoconto scandalistico.
Il sesso nel film è reale, non simulato — e Ōshima ha dichiarato che era l’unica scelta possibile per un’opera che voleva essere onesta con il proprio soggetto. Ma quello che rende il film insopportabilmente bello non è l’esplicitezza: è la progressione. Sada e Kichizō si chiudono progressivamente in una stanza, escludono il mondo, portano il desiderio verso un assoluto che non può terminare in altro modo. Il film è impregnato della filosofia di Bataille — quella continuità che si raggiunge solo attraverso la dissoluzione dell’individuo, quell’eros che converge inevitabilmente verso la morte. Come abbiamo esplorato nell’articolo su Sade, Masoch e Bataille, questa visione del desiderio come forza che tende alla propria dissoluzione è il cuore del pensiero batailliano — e Ōshima la filma invece di raccontarla.
Vietato per decenni in Giappone, sequestrato in molti paesi europei, ancora oggi difficile da trovare in edizioni legittime in Italia. Vale qualsiasi sforzo.
2. Eyes Wide Shut — Stanley Kubrick (1999)
L’ultimo film di Kubrick — completato e consegnato al distributore 66 ore prima della sua morte — è probabilmente il più frainteso della sua carriera. Lo si ricorda per l’orgia in villa, per Nicole Kidman nuda, per le maschere. Si dimentica di cosa parla realmente.
Il film racconta di un uomo che scopre di non conoscere il desiderio della moglie. Alice confessa a Bill di aver quasi abbandonato tutto per un ufficiale di marina visto di passaggio — un desiderio che non si è mai realizzato ma che era reale, intenso, capace di distruggere il matrimonio. Questa rivelazione destabilizza Bill in modo totale. Il viaggio notturno che segue — attraverso prostitute, feste segrete, morti misteriose — è il tentativo di un uomo di confrontarsi con una sessualità femminile che credeva di conoscere e che non ha mai capito.
Kubrick costruisce tutta la New York del film in studio, con una luce artificiale leggermente sbagliata che rende ogni scena sospesa tra sogno e realtà. Non si capisce mai con certezza cosa sia davvero accaduto e cosa Bill abbia immaginato — e questa ambiguità non è un difetto narrativo, è la struttura stessa del desiderio: indistinguibile dall’ossessione, impossibile da verificare, capace di trasformare la realtà ordinaria in qualcosa di irriconoscibile.
3. Shame — Steve McQueen (2011)
Brandon è un uomo di successo nella New York del presente. Dietro la facciata perfetta si nasconde un’ossessione sessuale compulsiva: pornografia, appuntamenti anonimi, masturbazione compulsiva. Ma in tutto quel sesso non c’è piacere — c’è solo bisogno, meccanico e svuotato.
Shame è il film sulla dipendenza sessuale più onesto che sia mai stato realizzato — e anche il più crudele, perché McQueen rifiuta sistematicamente ogni forma di redenzione narrativa. Brandon non guarisce. Non capisce. Non cambia. Il film finisce dove era cominciato, con lo stesso sguardo vuoto davanti alla stessa finestra.
Quello che McQueen mette a fuoco è la differenza tra desiderio e compulsione. Brandon non desidera — esegue. Il sesso è diventato un meccanismo automatico che non produce piacere ma che è impossibile interrompere. La città, l’appartamento, gli uffici sono labirinti freddi dove ogni incontro amplifica la solitudine invece di ridurla.
Michael Fassbender dà una delle performance più coraggiose della sua carriera. La scena in cui piange dopo un incontro sessuale — non durante, dopo, da solo — è tra le più devastanti del cinema contemporaneo.
4. La vie d’Adèle — Abdellatif Kechiche (2013)
Palma d’oro a Cannes nel 2013, accolto con entusiasmo dalla critica e con polemiche feroci dalle attrici protagoniste, che hanno successivamente dichiarato di aver vissuto le riprese come un’esperienza traumatica. Questo contesto biografico è impossibile da ignorare — e rende il film più complesso e più scomodo di quanto non fosse già.
Il film racconta il primo grande amore di Adèle — dalla scoperta del desiderio nell’adolescenza, attraverso la relazione con Emma, fino alla perdita. Kechiche filma tutto in primo piano ravvicinato, seguendo i volti delle protagoniste con una camera quasi invasiva che non lascia scampo a nessuna emozione.
Le scene erotiche — lunghe, esplicite, discusse — sono il punto più controverso. Alcune critiche femministe le hanno lette come uno sguardo maschile sul corpo femminile piuttosto che come rappresentazione autentica del desiderio lesbico. Non è un dibattito chiuso. Ma al di là della controversia, il film cattura qualcosa di raramente mostrato al cinema: la fisicità totale del primo amore, quel modo in cui il corpo dell’altro diventa territorio da esplorare con un’attenzione che non si ripeterà mai più con la stessa intensità.
5. Brokeback Mountain — Ang Lee (2005)
Ci sono film che cambiano quello che il cinema può mostrare — e Brokeback Mountain è uno di questi. Non perché sia il primo film su una relazione omosessuale maschile, ma perché è il primo a portare quella storia nel cuore del genere più americano che esiste: il western.
Ennis e Jack si incontrano su una montagna del Wyoming negli anni Sessanta e iniziano qualcosa che nessuno dei due sa nominare, che entrambi cercheranno di seppellire sotto matrimoni e vite ordinarie, e che tornerà a reclamarli per vent’anni. Il desiderio come qualcosa che non si sceglie — che arriva, che resta, che distrugge tutto quello che si è costruito per ignorarlo.
Ang Lee filma il paesaggio con la stessa attenzione che dedica ai corpi — e il paesaggio diventa metafora: la montagna come unico luogo in cui i due possono essere quello che sono, tutto il resto come esilio. La scena finale — Ennis davanti alla camicia di Jack — è tra le più memorabili della storia recente del cinema.
6. Crash — David Cronenberg (1996)
Tratto dal romanzo di J.G. Ballard, Crash è probabilmente il film più radicalmente perturbante di questa lista — quello che spinge il desiderio verso il territorio più inospitale e lo esamina senza battere ciglio.
Il film racconta di un gruppo di persone che sviluppano una forma di eccitazione sessuale per gli incidenti automobilistici — le cicatrici, i metalli contorti, la vicinanza con la morte. Non è una metafora: Cronenberg prende l’idea di Ballard alla lettera e la filma con la stessa temperatura emotiva — nulla di caldo, nulla di romantico, tutto distante e clinico e stranamente ipnotico.
Crash pone la domanda che Bataille avrebbe approvato: se il desiderio tende verso la dissoluzione, verso il contatto con la morte, dove si ferma? La risposta del film è che non si ferma. E questa risposta è scomoda abbastanza da rendere il film difficile da dimenticare.
7. Belle de jour — Luis Buñuel (1967)
Catherine Deneuve nel ruolo di Séverine, moglie borghese di un medico parigino, che di nascosto trascorre i suoi pomeriggi in una casa di appuntamenti. Non per soldi — per desiderio. Un desiderio che non riesce a provare per il marito che ama, ma che emerge prepotente in un contesto di umiliazione e anonimato.
Buñuel filma la distinzione tra la vita ordinaria e quella segreta con una chiarezza quasi brutale — gli interni borghesi e luminosi da un lato, i pomeriggi nella maison de close dall’altro. Ma intreccia continuamente le due realtà con sequenze oniriche che non si capisce mai se siano sogni o ricordi o fantasie. Il desiderio di Séverine non si lascia spiegare — e Buñuel non ci prova. Lo mostra, lo segue, lo lascia essere quello che è senza giudicare e senza rassicurare.
È uno dei pochissimi film della storia del cinema che abbia preso sul serio la sessualità femminile nella sua complessità — e lo ha fatto quasi sessant’anni fa, con una lucidità che molta produzione contemporanea non ha ancora raggiunto.
8. Mulholland Drive — David Lynch (2001)
Non è esattamente un film erotico — ma è impossibile parlare di cinema e desiderio senza includerlo. Lynch costruisce un labirinto narrativo in cui la realtà e il sogno si invertono a metà film, e in cui la relazione tra Betty e Rita — due donne che si incontrano in un appartamento di Los Angeles — è sia storia d’amore che allucinazione, sia desiderio autentico che proiezione.
La scena erotica tra le due protagoniste è girata con una luce e una qualità di attenzione che la distingue da quasi tutto il resto del cinema mainstream — non è spettacolo, è intimità. E quella intimità viene poi destabilizzata dalla seconda metà del film, che la rivela come forse immaginaria, forse desiderata, forse perduta per sempre.
Lynch non spiega mai nulla — e Mulholland Drive funziona esattamente come funziona il desiderio: ti trascina, ti disorienta, ti lascia con qualcosa che non riesci a nominare ma che non dimentichi.
9. Secretary — Steven Shainberg (2002)
Il film che ha portato il BDSM nel cinema mainstream — e lo ha fatto meglio di qualsiasi cosa venuta dopo, inclusa la trilogia che avrebbe dovuto farlo e che invece ha trasformato il tutto in un prodotto commerciale privo di qualsiasi comprensione reale delle dinamiche che pretendeva di raccontare.
Lee Holloway (Maggie Gyllenhaal) inizia a lavorare come segretaria per l’avvocato E. Edward Grey (James Spader) e tra i due si sviluppa una dinamica di dominazione e sottomissione che il film tratta con qualcosa di rarissimo nel cinema: rispetto. Non è patologia, non è abuso, non è scandalo. È una forma di intimità che funziona per entrambi — e che il film racconta con ironia, tenerezza e una precisione psicologica che quasi nessun altro film sul BDSM ha avuto il coraggio di raggiungere.
Come abbiamo esplorato nell’articolo sui fondamenti del BDSM, la cessione del controllo consensuale è una delle forme di connessione più intense che esistano. Secretary lo mostra senza spiegarlo — e per questo funziona.
10. Shortbus — John Cameron Mitchell (2006)
L’ultimo film di questa lista è anche il più strano e il più generoso. Mitchell ha girato Shortbus con attori non professionisti in scene di sesso reale — non simulato, reale — in una New York post-11 settembre che cerca di ritrovare connessione e piacere dopo un trauma collettivo.
Il film racconta diverse storie che si intrecciano intorno a un club sessuale chiamato Shortbus: una coppia che cerca di migliorare la propria vita sessuale, un giovane uomo che non riesce a smettere di pensare al suicidio, una dominatrice che non riesce a connettersi emotivamente con nessuno. Il sesso è ovunque — e raramente ho visto il sesso trattato con tanta dolcezza.
Mitchell voleva fare un film in cui il sesso fosse trattato come qualsiasi altra cosa umana — con la stessa normalità con cui si mostra una conversazione o un pranzo. Il risultato è un’opera che fa ridere e commuovere quasi nello stesso momento, e che lascia con la sensazione rara di aver visto qualcosa di onesto.
Cosa hanno in comune questi film
Guardando questa lista nel suo insieme, emerge un filo che non è il genere, non è l’esplicitezza, non è la nazionalità dei registi.
È la serietà con cui trattano il desiderio.
Tutti questi film partono dall’assunto che il sesso dica qualcosa di vero sull’essere umano — qualcosa che non si riesce a dire in altro modo. Ōshima usa il sesso per parlare della morte e della società giapponese sotto il fascismo. Kubrick lo usa per parlare del matrimonio e dell’inconscio borghese. McQueen lo usa per parlare della solitudine e del trauma. Kechiche per parlare della formazione e della perdita. Lee per parlare dell’identità e del costo del conformismo. Cronenberg per parlare dei limiti del corpo e del desiderio di dissolverli.
Nessuno di questi registi ha fatto un film sul sesso. Tutti hanno fatto film sull’essere umano, usando il sesso come strumento di indagine.
È una distinzione che sembra ovvia e che invece è rarissima nella pratica. La maggior parte del cinema che usa il sesso lo usa come spettacolo, come provocazione, come attrattiva commerciale. Questi registi lo usano come Courbet usava il corpo nudo, non per mostrare ma per rivelare. Non il corpo in sé, ma quello che il corpo porta con sé: il desiderio, il potere, la paura, la connessione, la morte. Anche gli oggetti del piacere hanno una storia culturale che li trascende, come racconta il nostro articolo sulla storia del vibratore.
È per questo che questi film restano. Non perché siano erotici — alcuni non lo sono affatto — ma perché hanno qualcosa da dire che rimane dopo la fine della proiezione.
Una nota su quello che manca
Questa lista è necessariamente incompleta. Ho lasciato fuori Ultimo tango a Parigi di Bertolucci — presente in qualsiasi lista di cinema erotico — perché la violenza non consensuale ai danni di Maria Schneider, ammessa dallo stesso Bertolucci, rende impossibile separare il film dalla sua produzione. Non è censura: è la consapevolezza che alcune opere portano con sé un danno reale che non possiamo ignorare.
Ho lasciato fuori molto cinema erotico europeo degli anni Settanta che avrebbe meritato spazio. Ho lasciato fuori Almodóvar, che meriterebbe un articolo a parte. Ho lasciato fuori il cinema giapponese pink.
Ma ogni lista è una scelta — e questa è la mia, con le sue preferenze e i suoi punti ciechi dichiarati.
Domande frequenti
Questi film sono adatti a tutti? Dipende dalla sensibilità personale. Alcuni — come L’impero dei sensi e Shortbus — contengono scene di sesso esplicito non simulato. Altri come Brokeback Mountain o Mulholland Drive sono espliciti solo in parte. Prima di guardare vale la pena sapere cosa si affronta — non per paura, ma per scegliere consapevolmente.
Dove si trovano? La maggior parte è disponibile sulle principali piattaforme di streaming o in acquisto digitale. L’impero dei sensi è il più difficile da reperire in Italia in versione integrale — la versione censurata circola più facilmente di quella originale. Vale la pena cercare edizioni in blu-ray importate.
Cinquanta sfumature di grigio è cinema erotico? Tecnicamente sì. Qualitativamente è un altro discorso. Il problema non è l’esplicitezza — è che il film non ha nulla da dire sul desiderio, sul potere o sull’essere umano che non sia già detto meglio da Secretary vent’anni prima, con più ironia, più intelligenza e meno budget.
Esistono film erotici fatti da donne con uno sguardo femminile autentico? Sì — e meriterebbero una lista a parte. Céline Sciamma con Ritratto della giovane in fiamme (2019) è il caso più recente e più riuscito: un film sul desiderio femminile girato interamente senza lo sguardo maschile, con risultati straordinari. Jane Campion con Lezioni di piano (1993) è un altro riferimento imprescindibile. La regista e produttrice di cinema erotico Erika Lust lavora specificamente su questo territorio con una consapevolezza femminista esplicita.
C’è un film che cattura meglio di tutti cosa sia il desiderio? È una domanda a cui non esiste risposta universale — dipende da dove sei nella vita quando lo guardi. Ma se dovessi sceglierne uno solo di questa lista, sceglierei Belle de jour: perché è il film che prende più sul serio il desiderio femminile nella sua complessità, e lo fa senza giudicarlo, senza spiegarlo, senza risolverlo in una morale. Lo lascia essere quello che è.